mercoledì 29 agosto 2012

Arrivava senza fare rumore: alzavi gli occhi dal pc e te la ritrovavi lì.
Magrissima, in testa due capelli - biondissimi - in croce, sempre colori sgargianti addosso. Tute intere fuxia, maglioncini arancioni, completi giallo limone.
Occhi enormi che le mangiavano tutta la faccia. Minuta, per il resto: piccoli le mani, i piedi, i gesti delicati.
Due telefoni sempre accesi. Quello che suonava di più aveva una musichetta, tipo samba, che il primo giorno mi faceva sorridere.
Poi ho smesso.
Una grinta, o forse cattiveria, verso tutti. I colleghi, il capo, la figlia. Senza nessuna paura di usare parole pesanti come mannaie, o di spiattellare confidenze da accapponare la pelle.
Coordinava un buon numero di lavoratori, in uno dei miei tanti posti di lavoro. Uno dei peggiori, in realtà.
Si occupava, di fatto, di uno dei maggiori clienti dell'azienda.

Nei mesi non sono riuscita a farmi un'idea di cosa stesse succedendo davvero.
Telefonava (in genere a me) per dire che la situazione era grave, gravissima. Tutti aderiscono allo sciopero, ma il servizio deve essere garantito ma non ci riusciremo mai, avremo una denuncia penale. Tizia deve essere allontanata dal posto di lavoro, anzi no, sospesa, anzi no, licenziata in tronco perché ha fatto una cosa gravissima, da incompetente, e il cliente ci farà a fettine. Vi odiano tutti, tutti i lavoratori odiano l'azienda, la direzione, gli uffici, vi infamano presso il cliente, farete una brutta fine. Tizio si è comportato malissimo, bisogna contestarglielo, gli ho già detto che si merita il licenziamento.

Tutte cose puntualmente disattese, non vere, distorte.

Telefonava quotidianamente e passava tre quarti d'ora a riempirmi di merda le orecchie.
Le chiamate terminavano con l'argomento cruciale: il suo compenso. Ridicolo per il suo impegno, e per i casini che, a suo dire, filtrava per non buttarci addosso.
Non avevo alcun potere al riguardo, la invitavo a parlarne col capo. Cosa che ovviamente non faceva.

Si sentiva sola? Frustrata? Non l'ho mai capito.

Passava in ufficio per parlarmi, naturalmente alle 12.50. La mia pausa pranzo era dalle 13 alle 14. Andava via alle 13.50.
Se le facevo presente che ero in pausa si imbizzarriva, io non ho tempo per stare ad aspettarti, sono una libera professionista, lavoro quando voglio, non farmi incazzare che me ne vado senza preavviso. Guarda che hai firmato un contratto, le rispondevo. Il vostro contratto è carta straccia, me l'ha detto anche l'avvocato. Chi vi prepara i contratti non capisce un cazzo, la vostra organizzazione fa acqua da tutte le parti, è tutto sbagliato, siete odiosi.

Passava ore a confabulare piano piano con un individuo ambiguo che lavorava nell'ufficio accanto. Solo col tempo capii che lui la blandiva, perché era addetto alle relazioni col cliente. Nei mesi nessuno me l'aveva spiegato. Il capo cercò di dividerli, di metterli uno contro l'altra.

La sua minaccia tipica era: me ne vado. Quando voglio, e vi lascio nei casini. Perderete il cliente, ma prima vi denunceranno per il mancato servizio, finirete sui giornali, il capo ti smollerà la patata bollente e riceverai duecento chiamate al giorno, quelle che ricevo io, senza sapere da che parte iniziare a risolvere i problemi.

Un giorno era davvero incazzata. Non mi ricordo più perché; uno dei motivi di maggior recriminazione era che il pagamento dei compensi non era - diciamo - particolarmente puntuale, e nessuno si preoccupava di avvisarla. In effetti, per essere una che segue il cliente che fa un terzo del fatturato, avrebbe potuto essere un pochino più coccolata.

Di quel giorno ricordo un lungo silenzio al telefono.
E poi: - E' finita. Vengo lì a restituirti il cellulare.
Aspettandola, chiamo il capo. Gli dico che è esasperata e stavolta fa sul serio.
Il capo mi risponde: - Sei tu l'ufficio personale, no? Veditela tu.

Arriva. Silenziosa, col sorriso sghembo. Stranamente calma. Mi lascia il cellulare aziendale. Io, in preda al panico, le dico: - Non può finire così.
Lei parte con un monologo.

Mi parla dell'ex azienda dove lavorava, da cui se ne è andata da un giorno all'altro. Gettando il cellulare aziendale nel cassonetto, facendosi negare sul fisso e alla porta, e causando un danno ingente, e solo perché non erano stati abbastanza contriti nell'avvisarla che, per non so più quale problema, la sua paga era stata ridotta.
E tutto questo, nonostante fosse particolarmente grata al datore di lavoro, che, del tutto inconsapevolmente, le aveva offerto un impiego che era un salvagente. Perché stava annegando dentro un dolore così straziante che non so descrivere.
E in quel periodo aveva litigato con la sorella, per una battuta infelice. E da allora non ci parla più, e i suoi figli hanno tagliato i ponti coi cugini.
E poi mi racconta del lavoro ancora precedente, inframezzato da un'altra attività, organizzata da un suo caro amico, che l'aveva portata a girare il mondo. Salvo poi scoprire che l'amico era scomparso nel nulla con tutti i soldi. Me lo racconta col sorriso, le chiedo se l'ha perdonato. Se me lo vedo davanti lo stendo con la macchina, risponde senza cambiare espressione.
Poi mi parla di sua madre, che avrebbe dovuto evitare di diventare mamma, vista la scarsissima vocazione: faceva tutto tranne considerare i figli, vita all'estero, immersa nella vita mondana e nella cultura, parlando cinque lingue. Ora passa gli anni a letto, in una casa a 400 km di distanza, con un team di badanti e nessun figlio vicino.
Parla, parla, parla per un paio d'ore. Io la lascio parlare, spero che si plachi, che rientri tutto.

Finché riceve sul blackbarry una mail del capo, che scrive a tutta la mailing list - praticamente a tutti i colleghi - un messaggio sconclusionato e privo di sintassi, in cui dice più o meno: mi sono stufato di chi critica e non collabora; se ne può andare quando vuole, che noi sopravviviamo.
Una mail incomprensibile a tutti quelli che non sanno cosa sta succedendo: cioè a tutti tranne io e lei, che siamo nell'ufficio dove il sole è basso, dove è ora di andare a casa, dove lei si alza in piedi e dice: questo è troppo; avevo pensato di rimanere, e questo delirio mi spinge ancora di più nella scelta di mandarvi a cagare.
Mi saluta, e se ne va.

Quando è ancora per le scale chiamo il capo, se ne va, se ne va, piagnucolo.

Quando è sulla porta d'uscita sento il suo cellulare suonare.

Io mi alzo, apro l'armadio, tiro fuori il contratto collettivo nazionale e cerco quanto preavviso devo dare per licenziarmi. Non ne posso più.

Poi spengo il pc ed esco, vado verso la macchina.
Lei è lì davanti, è ancora al cellulare, mi fa cenno di aspettare. Ha una sigaretta in bocca.
Quando chiude la telefonata mi dice che ha parlato col capo, gliene ha cantate quattro, ma resta.
Io trabocco gratitudine, ho mal di stomaco, vorrei mandarla a cagare, sono intenerita dalle sue confidenze e vorrei ricambiare.

Tre settimane dopo mi licenzio. In tronco. Via fax.

6 commenti:

  1. Le serviva uno psichiatra di quelli bravi, mi sa O_o

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    1. Credo che non avesse nessuna voglia di guarire :$

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  2. dovrebbero farci un film...fa venire i brividi. :-)

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    1. Un thriller, di quelli che alla fine chi è più cattivo muore nel modo più brutto :))

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  3. Certo che ne hai sentite... dovresti scrivere un libro!

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    1. Magari l'avessi sentita... questa è la mia vita da maggio 2011 a novembre 2011 o_O

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